domenica 25 gennaio 2026

Corso di storia dell'architettura: Krier 1946

Krier 1946












Léon Krier e la critica radicale della città moderna

Tipologia, misura e ordine civile nella ricostruzione della città europea

1. Introduzione: Léon Krier come figura liminale dell’architettura contemporanea

Léon Krier (1946) occupa una posizione singolare nel panorama architettonico del secondo Novecento e dei primi decenni del XXI secolo. Architetto che costruisce poco, teorico che disegna molto, urbanista che pensa la città come organismo morale prima che come macchina funzionale, Krier si colloca deliberatamente fuori dal canone disciplinare dominante. La sua celebre affermazione — «Sono un architetto, perché non costruisco» — non è una boutade, ma una presa di posizione epistemologica: l’architettura, per Krier, è innanzitutto atto di conoscenza e di ordine, non produzione di oggetti.

In questo senso, Krier rappresenta una delle più coerenti e radicali critiche al Modernismo architettonico e urbanistico, non tanto sul piano estetico quanto su quello antropologico, politico ed etico. La sua opposizione alla città funzionalmente zonizzata, alla megastruttura e alla crescita illimitata non nasce da nostalgia stilistica, ma da una lettura storica della città europea come dispositivo di civiltà.

2. Formazione e rottura: dal modernismo razionalista alla dissidenza teorica

Il percorso iniziale di Krier è emblematico. Dopo un breve passaggio all’Università di Stoccarda, abbandona gli studi accademici per lavorare con James Stirling a Londra, figura centrale del modernismo tardo-brutalista. Questa esperienza, insieme alla collaborazione con Josef Paul Kleihues a Berlino, colloca Krier inizialmente dentro il campo modernista, non ai suoi margini.

Il progetto per l’Università di Bielefeld (1968) testimonia infatti un linguaggio ancora razionalista, debitore del primo modernismo europeo. Ma già alla fine degli anni Sessanta emerge una frattura irreversibile: Krier individua nella zonizzazione funzionale, nel culto dell’astrazione e nella perdita della tipologia edilizia i sintomi di una crisi profonda della città moderna.

Il suo progressivo allontanamento dalla pratica costruttiva coincide con un’intensificazione della riflessione teorica e grafica. Krier non rinuncia all’architettura: la sposta sul piano del disegno concettuale, del diagramma, della città come modello intelligibile.

3. La critica al modernismo: zonizzazione, suburbanesimo e ideologia

Il bersaglio principale della critica krieriana non è l’architettura moderna in quanto tale, ma l’urbanistica modernista come sistema ideologico. La separazione della città in zone monofunzionali — abitare, lavorare, produrre, svago — viene da lui interpretata come una forma di violenza strutturale, che dissolve la complessità urbana e genera periferie, pendolarismo, dipendenza dall’automobile e perdita di identità collettiva.

Per Krier, il pianificatore modernista assume tratti autoritari: impone modelli astratti, matematicamente determinati, che prescindono dalla storia, dalla scala umana e dalla vita quotidiana. Città come Milton Keynes diventano, nella sua lettura, esperimenti sociali fragili, incapaci di adattarsi alle crisi economiche o culturali.

Da qui la celebre affermazione secondo cui Los Angeles non è una città, ma una distesa infrastrutturale priva di res publica.

4. La città come ordine civile: misura, limite e policentrismo

Al centro del pensiero di Krier vi è un’idea forte: la città è un ordine morale prima che spaziale. Riprendendo Heinrich Tessenow, Krier sostiene che esista una correlazione storica verificabile tra ricchezza culturale e limitazione dimensionale della città. Il gigantismo urbano non è segno di progresso, ma di concentrazione patologica del potere.

In risposta, Krier propone un modello di città policentrica, composta da quartieri urbani autosufficienti, ciascuno:

  • non superiore a 33 ettari;
  • attraversabile in 10 minuti a piedi;
  • con edifici tra i 3 e i 5 piani (circa 100 gradini);
  • delimitato da viali percorribili e riconoscibili, non da confini amministrativi astratti.

La crescita urbana avviene per moltiplicazione e non per espansione indefinita di un centro unico. È una concezione che rifiuta la scala della macchina e recupera la scala del corpo umano.

5. Tipologia, “oggetti nominabili” e linguaggio dell’architettura

Un altro nodo centrale del pensiero krieriano è il recupero della tipologia architettonica. Contro l’indeterminatezza formale del modernismo, Krier afferma che gli edifici sono “oggetti nominabili”: casa, palazzo, chiesa, tempio, torre. Allo stesso modo, gli elementi costruttivi — tetto, finestra, colonna — possiedono un significato intelligibile.

Da qui la sua celebre affermazione secondo cui nel linguaggio dei simboli non possono esistere malintesi. L’architettura, come il linguaggio, funziona solo se esiste una grammatica condivisa.

Ne consegue un principio progettuale fondamentale: quando un edificio cresce, deve dividersi, non ingrandirsi. Il progetto per la scuola di Saint-Quentin-en-Yvelines (1978) esemplifica questa idea: la scuola diventa una “città in miniatura”, articolata in parti riconoscibili.

6. RES PUBLICA + RES PRIVATE: spazio pubblico e gerarchia urbana

Nel celebre diagramma del 1983, Krier definisce la città autenticamente urbana come:

URBAN = RES PUBLICA + RES PRIVATE

Il tessuto urbano ordinario — abitazioni, negozi, edifici privati — è affidato a un linguaggio vernacolare, locale, tipologico. Gli edifici pubblici e istituzionali, invece, richiedono un’architettura classica, riconoscibile e gerarchicamente distinta, collocata su piazze e assi prospettici.

Qui emerge una concezione profondamente anti-egualitaria dello spazio urbano: la città è fatta di differenze, ruoli, centralità simboliche. L’abolizione della gerarchia formale produce, secondo Krier, solo caos e anonimato.

7. Dalla teoria alla pratica: Poundbury e oltre

Il progetto di Poundbury, avviato nel 1988 per il Ducato di Cornovaglia, rappresenta il banco di prova più noto delle teorie di Krier. Più che un semplice insediamento, Poundbury è un esperimento urbano ideologico, che mette in discussione i dogmi della pianificazione britannica postbellica.

Analogamente, Paseo Cayalá in Guatemala e i progetti in Italia (Alessandria, Cattolica, Tor Bella Monaca) mostrano come il pensiero di Krier possa essere declinato in contesti molto diversi, pur mantenendo invariati i principi di base.

Non meno significativa è la sua azione politica e culturale a favore della ricostruzione storica, come nel caso della Frauenkirche di Dresda o della Frankfurter Altstadt, dove Krier si schiera contro una larga parte dell’establishment professionale.

8. Un’architettura “senza stile”?

Il lavoro di Krier è stato spesso definito “un’architettura senza stile”. In realtà, la sua architettura mostra evidenti affinità con il linguaggio classico e romano. Ma per Krier lo stile non è un fine: è una conseguenza tipologica.

La somiglianza formale non deriva da un’imitazione storicista, bensì dall’adozione di principi costruttivi e spaziali che, storicamente, hanno dimostrato la loro efficacia.

9. Conclusione: attualità e ambiguità del pensiero krieriano

Léon Krier resta una figura controversa. Per alcuni, un reazionario nostalgico; per altri, uno dei pochi pensatori ad aver formulato una critica sistemica e coerente della città moderna. Al di là dei giudizi, il suo lavoro obbliga la disciplina a confrontarsi con domande fondamentali:
che cos’è una città? quale rapporto esiste tra forma urbana e vita civile? quali limiti deve darsi lo sviluppo?

In un’epoca segnata dalla crisi ecologica, dalla frammentazione sociale e dall’iper-urbanizzazione, il pensiero di Krier — proprio perché radicale — rimane un interlocutore necessario, se non altro come potente strumento critico contro l’automatismo dello sviluppo contemporaneo.