martedì 18 novembre 2025

Corso di storia dell'architettura: Big Bjarke Ingels Group 1974

Big Bjarke Ingels Group 1974

https://youtu.be/Wivv0yVBurI

























 






Bjarke Ingels a Bordeaux 

 L’arco ritorto del Méca; sullo sfondo la cattedrale di Bordeaux. (ph. Laurian Ghinitoiu) 
 
Il belvedere del Méca, uno sguardo a oltre trenta metri su Bordeaux. (ph. Laurian Ghinitoiu)

Benoît Maire, Hermès. (ph. Giuseppe Pullara) 

 












 



 























Bjarke Ingels:
ottimismo progettuale e architettura post-ideologica

1. Origini e formazione: dall’eredità nordica al confronto globale

Bjarke Ingels emerge nel panorama architettonico contemporaneo come una figura profondamente segnata dal contesto culturale scandinavo, ma al tempo stesso proiettata sin dall’inizio verso una dimensione globale. La formazione presso l’Accademia Reale Danese di Belle Arti e il successivo confronto con l’ambiente teorico-pratico di OMA collocano Ingels in una linea di continuità critica con l’architettura concettuale europea di fine Novecento.
L’esperienza con Rem Koolhaas risulta determinante: non tanto per l’adozione di uno stile, quanto per l’assimilazione di un metodo analitico capace di leggere l’architettura come dispositivo culturale, economico e sociale.

2. La fondazione di BIG e la costruzione di una nuova narrazione disciplinare

Con la fondazione del Bjarke Ingels Group (BIG) nel 2005, Ingels inaugura una pratica progettuale che si distingue per la sua straordinaria capacità comunicativa. L’architettura di BIG non si limita a risolvere problemi funzionali, ma costruisce narrazioni chiare, accessibili e spesso seduttive.
In questo senso, Ingels si colloca oltre le tradizionali dicotomie tra avanguardia e mainstream, proponendo un’architettura che si presenta come pragmatica, ludica e dichiaratamente ottimista. Il progetto diventa racconto, diagramma, sequenza logica, in cui la complessità viene tradotta in forma comprensibile.

3. Hedonistic sustainability: una nuova etica del progetto

Il concetto di hedonistic sustainability rappresenta il fulcro teorico dell’opera di Ingels. Contrariamente a una visione moralistica o punitiva della sostenibilità, l’architetto danese propone un modello in cui le prestazioni ambientali si coniugano con il piacere d’uso e la qualità spaziale.
Questa impostazione segna un netto distacco dalle retoriche ecologiche del passato: la sostenibilità non è più sacrificio, ma opportunità progettuale. L’architettura diventa così uno strumento capace di riconciliare desiderio, tecnologia e responsabilità ambientale.

4. L’ibridazione tipologica come strategia progettuale

Molti dei progetti di BIG si fondano sull’ibridazione di funzioni tradizionalmente separate. Opere come 8 House e The Mountain reinterpretano il tema dell’edilizia residenziale collettiva trasformandolo in un sistema continuo di spazi privati, pubblici e semi-pubblici.
Queste architetture si configurano come paesaggi artificiali abitabili, in cui il movimento, la socialità e la vista diventano elementi strutturanti del progetto. La forma non è mai fine a sé stessa, ma il risultato diretto di una logica performativa.

5. Infrastruttura e spettacolo: Amager Bakke come paradigma

Il progetto di Amager Bakke rappresenta uno dei manifesti più evidenti della poetica di Ingels. La centrale energetica con pista da sci integrata sintetizza in modo emblematico la fusione tra infrastruttura tecnica e spazio ricreativo.
Qui l’architettura assume un ruolo educativo e simbolico: rendere visibile e desiderabile ciò che normalmente viene nascosto. La produzione energetica diventa esperienza urbana, ridefinendo il rapporto tra cittadino e infrastruttura.

6. Globalizzazione e adattabilità del linguaggio

L’espansione internazionale di BIG, con progetti in Europa, Asia, America e Medio Oriente, mette alla prova la capacità del linguaggio di Ingels di adattarsi a contesti culturali e climatici differenti.
Dalla VIA 57 West di New York al Shenzhen Energy Mansion, fino alle torri latinoamericane come The IQON a Quito, emerge una costante: la volontà di rispondere alle condizioni locali attraverso soluzioni formalmente riconoscibili ma non rigidamente codificate. L’architettura di Ingels si configura così come un sistema aperto, più che come uno stile.

7. Architettura, paesaggio e gesto iconico

Opere come The Twist in Norvegia o la LEGO House a Billund rivelano un interesse crescente per il dialogo tra architettura, paesaggio e immaginario collettivo. Il gesto iconico non è mai puramente spettacolare, ma si carica di un valore esperienziale e simbolico.
In questi progetti, l’architettura diventa dispositivo percettivo, capace di costruire nuove relazioni tra corpo, spazio e natura.

8. Critiche e ambiguità del “pragmatic utopianism”

Nonostante l’ampio consenso internazionale, l’opera di Ingels non è esente da critiche. Il suo ottimismo progettuale è stato talvolta letto come eccessivamente conciliatorio rispetto alle contraddizioni del capitalismo globale. La spettacolarizzazione della sostenibilità e l’uso disinvolto dell’iconicità pongono interrogativi sul confine tra innovazione reale e costruzione mediatica.
Tuttavia, proprio questa ambiguità rende Ingels una figura centrale nel dibattito contemporaneo: egli incarna le tensioni di un’architettura che tenta di operare dall’interno del sistema, senza rinunciare a una dimensione etica.

9. Conclusione: Ingels e il volto ottimista della contemporaneità

Bjarke Ingels rappresenta una delle interpretazioni più coerenti dell’architettura del XXI secolo come pratica post-ideologica, capace di integrare sostenibilità, piacere, tecnologia e comunicazione.
La sua opera non propone rotture traumatiche, ma trasformazioni graduali e seducenti, che mirano a rendere il futuro desiderabile. In un’epoca segnata da crisi ambientali e sociali, l’architettura di Ingels si presenta come un esercizio di ottimismo progettuale: non una fuga dalla realtà, ma un tentativo di riscriverne le regole dall’interno.