mercoledì 19 novembre 2025

Corso di storia dell'architettura: Ishigami 1974

Ishigami 1974









Serpentine Pavilion 2019 Designed by Junya Ishigami, Serpentine Gallery, London (21 June – 6 October 2019), © Junya Ishigami + Associates, Photography © 2019 Iwan Baan

Ecco la Serpentine di Ishigami

Junya Ishigami:
l’architettura come fenomeno naturale instabile

L’opera di Junya Ishigami si colloca in una zona di confine dove l’architettura smette di essere un oggetto stabile e definito per diventare un fenomeno atmosferico, un evento fragile e temporaneo che dialoga con il paesaggio, il corpo e il tempo. Nato nel 1974 e formatosi all’interno dell’esperienza di SANAA con Kazuyo Sejima, Ishigami eredita la rarefazione spaziale e la leggerezza percettiva della tradizione giapponese contemporanea, ma ne spinge i presupposti fino a un punto di rottura concettuale.

A differenza del modernismo, che ha cercato di dominare la natura attraverso la razionalità costruttiva, Ishigami ribalta la prospettiva: non è l’architettura a imporsi sul paesaggio, ma è il paesaggio a infiltrarsi nell’architettura, contaminandone forma, funzione e struttura. I suoi edifici sembrano spesso sul punto di scomparire, dissolvendosi nella luce, nel terreno o nell’aria, come se fossero il risultato di un processo naturale piuttosto che di una volontà progettuale.

Fragilità strutturale come linguaggio

Progetti come il KAIT Workshop (2008) segnano una svolta radicale nel modo di intendere lo spazio architettonico. L’assenza di una gerarchia chiara tra elementi portanti e spazio abitabile genera un ambiente fluido, dove la struttura non è più leggibile come sistema tecnico, ma come campo di forze. Le sottilissime colonne metalliche, quasi invisibili, annullano l’idea di peso e stabilità, introducendo una tensione costante tra equilibrio e collasso.

Questa fragilità non è un limite, ma un valore espressivo: Ishigami usa la precarietà come strumento critico contro l’idea di architettura permanente e autoritaria. In questo senso, il suo lavoro si avvicina più all’arte contemporanea e alla land art che alla tradizione costruttiva occidentale.

Il Serpentine Pavilion 2019: architettura come geologia artificiale

Il Serpentine Pavilion 2019 rappresenta una sintesi matura del pensiero di Ishigami. Il grande tetto in lastre di ardesia, apparentemente pesante e arcaico, sembra galleggiare su una foresta di esili pilastri, generando un paradosso visivo e concettuale. La struttura è al tempo stesso caverna e nuvola, rifugio primordiale e gesto contemporaneo.

Qui l’architettura non è più un volume chiuso, ma un paesaggio attraversabile, un frammento di geologia artificiale inserito nel parco londinese. Il padiglione non si impone come landmark, ma si lascia scoprire gradualmente, invitando alla contemplazione e all’esperienza sensoriale piuttosto che all’uso funzionale.

Contro la funzione, verso l’esperienza

Un tratto distintivo dell’approccio di Ishigami è la sua dichiarata distanza dal funzionalismo. I suoi spazi non cercano di rispondere a programmi rigidi, ma di attivare comportamenti imprevisti. L’utente non è guidato, ma lasciato libero di interpretare lo spazio, di abitarlo in modo intuitivo e personale.

In questo senso, l’architettura di Ishigami può essere letta come una critica silenziosa alla città contemporanea, dominata da efficienza, controllo e ottimizzazione. Le sue opere propongono invece una temporalità lenta, una sospensione, un ritorno a una dimensione quasi infantile del rapporto con lo spazio.

Conclusione

Junya Ishigami non progetta edifici nel senso tradizionale del termine, ma condizioni spaziali. La sua architettura è fragile, instabile, spesso al limite del possibile, e proprio per questo profondamente contemporanea. In un’epoca segnata dall’emergenza climatica e dalla crisi dei modelli urbani consolidati, il suo lavoro suggerisce una via alternativa: un’architettura che non domina la natura, ma la ascolta; che non dura per sempre, ma accetta la propria transitorietà.