martedì 13 gennaio 2026

Corso di storia dell'architettura: Herzog e De Meuron 1950

Herzog e De Meuron 1950



https://youtu.be/bH7sKNbMNAc

Herzog & de Meuron

Materia, paesaggio e infrastruttura come dispositivi culturali

1. Origini intellettuali e formazione: dall’astrazione alla materialità critica

Lo studio Herzog & de Meuron nasce a Basilea nel 1978 per iniziativa di Jacques Herzog e Pierre de Meuron, entrambi formatisi all’ETH di Zurigo in un contesto teorico di rara densità. Gli insegnamenti di Lucius Burckhardt, teorico della percezione e della “promenadologia”, di Dolf Schnebli, erede critico del modernismo europeo, e soprattutto di Aldo Rossi, depositario di una concezione tipologica e storica dell’architettura, imprimono ai due architetti una tensione che non si risolverà mai in uno stile ma in una postura critica: l’architettura come fatto culturale stratificato, non come semplice forma.

La successiva esperienza statunitense ad Harvard e l’attività accademica alla Cornell, all’ETH e nuovamente ad Harvard contribuiscono a rafforzare un approccio transdisciplinare in cui arte, tecnologia e costruzione non sono ambiti separati ma campi di negoziazione reciproca. Non è casuale che i primi lavori dello studio siano spesso accostati al minimalismo di Donald Judd: non tanto per un’affinità formale, quanto per la comune attenzione alla presenza fisica dell’oggetto nello spazio, alla sua capacità di generare significato attraverso la materia, la luce e la serialità.

Tuttavia Herzog & de Meuron superano presto ogni riduzione formalista: già negli edifici Ricola e nei collegi universitari di Digione, la pelle edilizia diventa un dispositivo semiotico, un luogo di interazione tra struttura, immagine e paesaggio.

2. Basilea come laboratorio urbano e la costruzione di un metodo

Il rapporto simbiotico con Basilea ha un’importanza strategica. La città, con la sua committenza pubblica e privata colta, consente allo studio di sperimentare in modo continuativo, costruendo una vera e propria geografia architettonica coerente: infrastrutture ferroviarie, stadi, musei, depositi d’arte e impianti industriali vengono trattati non come funzioni isolate, ma come parti di un sistema urbano in trasformazione.

Lo Schaulager, lo St. Jakob-Park, il Zentralstellwerk non sono semplicemente edifici iconici, ma nodi di una rete che riorganizza flussi, visibilità e densità. In questa fase si consolida un tratto fondamentale della loro poetica: la capacità di fare della tecnologia costruttiva uno strumento di narrazione urbana.

La consacrazione internazionale avviene con la Tate Modern (1995–2000). Qui Herzog & de Meuron operano una trasformazione paradigmatica: l’archeologia industriale della Bankside Power Station non viene cancellata ma assunta come strato fondativo di un nuovo dispositivo culturale globale. Il successo planetario dell’intervento non risiede solo nella sua potenza spaziale, ma nella capacità di costruire una continuità simbolica tra la Londra produttiva e quella post-industriale.

3. Dall’oggetto al territorio: la svolta infrastrutturale

Dopo il Pritzker Prize del 2001, l’opera dello studio entra in una fase che potremmo definire territoriale. Progetti come l’Allianz Arena, il Nido d’Uccello di Pechino o la Filarmonica dell’Elba non sono più soltanto edifici: sono infrastrutture civiche che producono nuove centralità, nuove economie simboliche e nuovi paesaggi.

Parallelamente, Herzog & de Meuron sviluppano una riflessione sempre più sofisticata sulla città come ecosistema. Il progetto di Ronquoz a Sion è esemplare: non un masterplan rigido, ma un sistema di regole evolutive che governa la trasformazione di una zona industriale in un quartiere abitabile ad alta densità e alta qualità ambientale.

Qui emergono chiaramente i principi chiave dello studio: la densificazione come valore collettivo, il paesaggio come infrastruttura primaria, la mobilità dolce come struttura spaziale. Il “cordone boscoso”, la catena dei parchi, l’uso sistematico degli alberi da frutto e delle superfici permeabili non sono elementi decorativi, ma parti di una macchina climatica urbana che regola ombra, umidità, percorsi e socialità.

Ronquoz non è progettato come una forma finita, ma come un processo aperto, in cui la conservazione di lotti, strade e geometrie storiche diventa il motore di una trasformazione graduale. Questa è una delle acquisizioni teoriche più mature di Herzog & de Meuron: la città non va “ridisegnata”, ma ri-negoziata nel tempo.

4. Hangzhou: il museo come paesaggio narrativo

Il Grand Canal Museum Complex di Hangzhou rappresenta una sintesi avanzata di questa visione. Qui il museo non è concepito come un oggetto isolato, ma come una linea architettonica sospesa sull’acqua che dialoga direttamente con il Canale Imperiale, una delle più grandi infrastrutture culturali della storia umana.

La metafora della pennellata non è un espediente formale, ma un atto di traduzione culturale: l’edificio diventa una scrittura nello spazio, una narrazione materiale della continuità tra ingegneria idraulica, agricoltura, commercio e civiltà. La facciata in vetro fuso, con la sua vibrazione acquatica, istituisce un dialogo percettivo tra il museo e il suo soggetto, tra il contenitore e il contenuto.

Ancora una volta, la scelta di sollevare l’edificio libera il suolo e restituisce spazio pubblico, mentre la “montagna” alberghiera-congressuale sullo sfondo reinterpreta il principio classico cinese di acqua davanti e montagna dietro, trasformandolo in una città verticale contemporanea.

Il paesaggio non è un semplice contorno, ma un dispositivo epistemologico: la sequenza delle specie arboree, il tetto-giardino, il sistema di gestione delle acque piovane costruiscono una continuità tra ecologia, storia e fruizione culturale.

5. Una pratica della complessità

Dalla Basilea industriale al Canale Imperiale cinese, Herzog & de Meuron hanno costruito una delle pratiche più coerenti e sofisticate dell’architettura contemporanea. La loro opera dimostra che materialità, paesaggio e infrastruttura non sono categorie separate, ma forme di conoscenza attraverso cui la società costruisce se stessa.

Non si tratta di “iconicità”, ma di densità culturale: ogni loro progetto è un dispositivo che traduce storia, tecnologia, economia e percezione in una forma abitabile. In questo senso, Herzog & de Meuron non sono semplicemente architetti di successo globale, ma cartografi del mondo contemporaneo, capaci di trasformare territori complessi in luoghi dotati di senso.