Fuksas 1944
Massimiliano Fuksas:
gesto, caos e internazionalizzazione dell’architettura italiana contemporanea
1. Una formazione irregolare tra cultura letteraria e militanza politica
La figura di Massimiliano Fuksas si colloca in una posizione anomala e, per certi versi, eccentrica rispetto alla tradizione accademica italiana del secondo Novecento. La sua formazione non è esclusivamente architettonica, ma profondamente segnata da un ambiente culturale eterogeneo, letterario e politico. L’incontro precoce con intellettuali come Asor Rosa, Pasolini, Caproni e Zevi, unito all’esperienza diretta dei conflitti del Sessantotto romano, contribuisce a definire un’attitudine progettuale fondata sul dissenso, sulla rottura e sul rifiuto delle forme consolidate del sapere disciplinare.
In questo contesto, l’architettura diventa per Fuksas non tanto un sistema di regole quanto un campo di tensioni, un atto critico capace di reagire al presente.
2. L’eredità di Zevi e il rifiuto della composizione normativa
L’influenza di Bruno Zevi, dichiarata e tematizzata anche dalla critica, è centrale nel comprendere l’orizzonte teorico di Fuksas. Da Zevi egli eredita il gusto per il gesto irruento, per il “non finito” e per l’anti-classicismo militante. Tuttavia, Fuksas radicalizza questa lezione, spingendola oltre la dimensione storicista dell’architettura organica verso un linguaggio che rifiuta qualsiasi rassicurazione formale.
Il distacco precoce dall’università e dalla “cultura del disegno” dominante negli anni Settanta segnala una scelta precisa: privilegiare l’atto del costruire, l’impatto fisico dell’architettura, rispetto alla sua rappresentazione.
3. Il periodo GRANMA e l’emersione del conflitto formale
Le opere realizzate con lo studio GRANMA, in particolare la palestra di Paliano, rappresentano un momento fondativo nella poetica di Fuksas. Qui il progetto si configura come dispositivo destabilizzante: facciate inclinate, volumi separati, equilibri apparentemente precari producono uno spazio che mette in crisi la percezione e rifiuta ogni idea di armonia classica.
L’inserimento di questi lavori nel dibattito postmoderno e decostruttivista non è puramente stilistico, ma concettuale: l’architettura diventa un campo di forze, una struttura in tensione che riflette l’instabilità sociale e culturale del tardo Novecento.
4. Dalla scena italiana alla dimensione internazionale
A partire dagli anni Ottanta e Novanta, Fuksas intraprende un progressivo processo di internazionalizzazione, aprendo studi in alcune delle principali capitali europee e confrontandosi con i grandi temi della città globale. La mostra Haute Tension e la partecipazione ai principali circuiti culturali europei sanciscono il passaggio da una ricerca sperimentale locale a una pratica architettonica pienamente inserita nel sistema globale.
Questo spostamento non comporta un addomesticamento del linguaggio, ma piuttosto una sua amplificazione: le forme si fanno più complesse, le scale più monumentali, le ambizioni più dichiaratamente iconiche.
5. Architettura e urbanità: la megalopoli come paradigma
Il lavoro di Fuksas sulla città contemporanea si concentra sulle grandi aree metropolitane e sui processi di trasformazione urbana. I progetti di riqualificazione e i piani urbanistici testimoniano un interesse costante per la dimensione collettiva dell’architettura, intesa come strumento di intervento critico nello spazio pubblico.
La direzione della VII Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, con il titolo programmatico Less Aesthetics, More Ethics, esplicita questa posizione: l’architettura non può limitarsi alla produzione di forme, ma deve interrogare le condizioni etiche, sociali e politiche della città globale.
6. Il caos come categoria poetica e progettuale
Uno degli aspetti più originali della riflessione teorica di Fuksas è il ricorso alla teoria del caos come paradigma progettuale. Nel suo Caos sublime, l’imprevedibilità non è un limite da controllare, ma una condizione da accettare e valorizzare. Le geometrie frattali, le “nuvole” architettoniche e le strutture complesse diventano metafore spaziali di un mondo instabile, in cui l’architettura assume una dimensione quasi poetica.
In questo senso, il caos non è negazione della razionalità, ma superamento delle sue pretese totalizzanti.
7. Opera pubblica, iconicità e controversie
Le grandi opere pubbliche, dal MAXXI di Roma al terminal di Shenzhen, collocano Fuksas tra i protagonisti dell’architettura iconica del XXI secolo. Tuttavia, questa dimensione spettacolare è accompagnata da una forte esposizione critica e da dichiarazioni spesso polemiche, come quelle sulla demolizione di interi complessi abitativi.
Tali prese di posizione evidenziano una visione radicale del progetto, in cui l’architettura non è mai neutrale, ma sempre schierata, capace di generare consenso e conflitto.
8. Conclusione: Fuksas come figura liminale
Massimiliano Fuksas occupa una posizione liminale nella storia dell’architettura contemporanea: tra avanguardia e istituzione, tra gesto artistico e infrastruttura globale, tra etica e spettacolo. La sua opera non si lascia ridurre a un linguaggio univoco, ma si configura come un campo di tensioni irrisolte, specchio di una modernità frammentata.
In questo senso, più che come stilista della forma, Fuksas va letto come interprete critico del caos contemporaneo, capace di trasformare l’instabilità del presente in materia architettonica.






























